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In fuga dalla bocciofila

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La sala professori | Bisogna saper vincere

3 Aprile 2024 di Federica Fanelli

 

 

 

Il primo a essere eliminato era stato Giorgio e anche questa volta gli sarebbe toccata la piadina. Giorgio era in realtà un buon giocatore, ma ultimamente non stava dando il meglio di sé. A casa, nella sua città, frequentava la scuola calcio ed aveva uno di quei padri che lo trattavano come un astro nascente, naturalmente destinato alla Primavera. A detta sua, nonostante i suoi undici anni, era il preferito della società, dell’allenatore, sempre convocato e sempre al centro dell’attenzione dagli spalti domenicali. Giorgio si vantava spesso con noi di questi suoi successi cittadini e quando giocavamo sul serio aveva un atteggiamento insopportabile, a quanto pare alla sua scuola calcio gli perdonavano i frequenti accessi d’ira e lo scarso senso del fair play. Sarà anche stato un campione dal piede d’oro, ma a me sembrava che la maggior parte del tempo la passasse a buttarsi per terra. Se invece giocavamo alla tedesca, era più rilassato e a volte persino simpatico. Resta il fatto, però, che quell’estate non stava brillando e che perdeva una volta su due.

Come facevamo da sempre, al perdente toccava una penitenza. La piadina era tra le più facili e più divertenti e, soprattutto, ci impegnava per tutta la serata. Facevamo una carovana di biciclette sul lungomare e in mezz’ora eravamo dalla signora delle piadine. Questa signora, che un tempo si era rifiutata di fare ciò che le chiedevamo, piano piano ci aveva preso gusto, o forse aveva capito che quelle che compravamo mettendo insieme gli avanzi di paghetta erano le piadine più costose che avrebbe venduto. Ogni anno aumentava i prezzi, tanto che a qualche fortunato era toccata una banale salamino piccante e cioccolato bianco. Ad ogni modo la signora delle piadine era ormai libera da ogni senso di colpa e da dietro il banco guardava il malcapitato tirare giù una salsa tartara, marmellata di more, maionese, nutella e friarielli sghignazzando. Stretti tra noi sul marciapiede lo guardavamo fisso e lo incitavamo con serissima apprensione. L’ultimo boccone portava con sé una tale gioia e un’esultanza così rumorosa che il primo eliminato si trasformava subito nel vincitore assoluto e non ci ricordavamo più perché lo stavamo punendo.

Quando le paghette scarseggiavano, magari eravamo andati al cinema o avevamo fatto merende al di sopra delle nostre possibilità, si trattava di bere un intruglio di condimenti mescolati. Erano di quelli in bustina, diligentemente rubati ai tavolini del bar. Era molto peggio della piadina, perché la bevanda finale era davvero disgustosa e il mal di pancia assicurato, ma riuscire a ingurgitarla tutta non portava la stessa gloria. A volte invece il prezzo della sconfitta consisteva nel raccogliere tutti i mozziconi di sigaretta nel ghiaino del parcheggio e farne un enorme mucchio di fronte alla porta del padrone del Bagno Bisonte, persona tanto irascibile con noi quanto dimessa con certi altri clienti, e infatti altre volte toccava andargli a dire qualcosa di molto sconveniente in faccia e poi scappare a gambe levate, fosse che il suo cane era chiuso in ostaggio nella cabina ventitré o che il distinto signore del terzultimo ombrellone sulla destra giaceva appiccicato di super attak alla sdraio.

Quella volta, siccome a fine partita eravamo ancora in spiaggia e non c’era più nessuno, il perdente doveva fare il bagno nudo e restarci per quindici minuti, lasciando il costume in pegno agli altri. Appena Giorgio era arrivato a largo, il suo costume blu lo avevamo legato bene bene alla corda e tirato sù insieme alla bandiera, poi ce n’eravamo andati. Non mi sembra che ci avessimo pensato prima, ci era venuto in mente lì per lì. Pedalando verso casa ridevamo come pazzi a pensare a quel costume che sventolava sulle montagne e a Giorgio che nudo doveva trovare il modo di recuperarlo.

Giorgio era stato ripescato in mare alle nove di sera da un bagnino che stava rastrellando la spiaggia. A quanto pare era quasi annegato e avevano addirittura chiamato l’ambulanza. Il giorno dopo, tutti in fila davanti a un tribunale severissimo, scoprivamo di essere imputati di t omicidio. Il proprietario del Bagno Bisonte ci urlava contro fortissimo, ci guardava in faccia e ci insultava, chiedendoci cosa ci era saltato in mente, dicendo che non ci voleva più vedere, che eravamo dei criminali e, soprattutto, che con un morto si sarebbe giocato la licenza. Ci avevano mandato a parlare anche con il bagnino e non era andata meglio. Aveva un’aria molto solenne mentre ci spiegava che cos’era un attacco di panico e che là in mare, da solo e nudo, Giorgio «era quasi morto», che non respirava più, che aveva bevuto litri d’acqua e che il suo corpo era freddo. Avevano dovuto mettergli una di quelle coperte argentate proprio lì, sulla riva. «È quasi morto, vi rendete conto, da solo e nudo, è quasi morto!» continuava a dire. Qualche giorno chiusi in casa, chi più chi meno, lo abbiamo fatto tutti, ma niente di insopportabile. Di insopportabile c’era che, anche una volta liberi, al Bisonte ci trattavano malissimo e non si poteva fare più nulla, figuriamoci giocare a calcio. Giorgio, il solito esagerato, non lo abbiamo più visto.

Chi avesse preso così a cuore quel che gli era successo resta per me un mistero. Di certo non i suoi genitori. I genitori, d’estate, si vedevano raramente. I padri arrivavano nei fine settimana d’agosto, le madri venivano un po’ più spesso ma erano rare quelle che si trasferivano al mare. C’erano soprattutto tate e qualche nonno: regnava la libertà. La mamma di Giorgio d’estate viveva lì, ma aveva la depressione, e anche questa non era una cosa infrequente. Queste mamme depresse non uscivano mai di casa e non prendevano mai il sole, ma erano tutte bellissime. Erano anzi così belle che mi veniva da chiedermi come fosse possibile che fossero depresse. Comparivano a salutarci in vestaglia, lentamente, come fossero sempre appena sveglie e ci parlavano con molta dolcezza, rivolgendosi a noi e ai figli con lo stesso identico tono, come se fossimo tutti quanti figli loro. Ma anche questo aveva detto il prete che ci avevano mandato, che Giorgio aveva la mamma malata, che era un bambino molto sensibile e che dovevamo volergli bene.

Una delle cose più fastidiose quando hai undici anni è che a volte devi fingere di essere più infantile di quello che sei, perché è quello che l’adulto che hai davanti vuole da te: ti vuole piccolo. Di fronte a quel prete che continuava a cercare di spaventarci con conseguenze ultraterrene, ma anche molto terrene, fingevamo tutti di credere che forse la mamma di Giorgio aveva la polmonite e che questa avesse una qualche correlazione con la sfiorata morte del figlio, che nessuno avrebbe mai definito un bambino molto sensibile. E quindi ci siamo beccati diverse Ave Maria a testa e non ne abbiamo più parlato, né di Giorgio né di sua mamma. Starà indossando la sua bella divisa blu, pensavo a settembre, coccolato dalle suore e dalla scuola calcio, ci scommetto. Ma figurati se era quasi morto. Non ci ho mai creduto, io, che fosse quasi morto.

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Postato in: Sono figo solo io Tag: Federica Fanelli, la sala professori, Versilia storica Fai un commento

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