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In fuga dalla bocciofila

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Jouer avec le feu | Tutte le volte che abbiamo fallito

26 Novembre 2024 di Federica Fanelli

Avevo undici anni, la prima volta in cui ci ho provato, ma ci pensavo da che ho memoria. Da bambino, sicuramente ci avevo pensato molto. Per vergogna, la domenica sera, quando mi rigiravo nel letto nel terrore dei compiti non fatti per il giorno dopo, per senso di colpa mentre passavo le ricreazioni chiuso in classe o durante il tragitto verso casa con la pagella che scottava in mano, o per tristezza ogni giorno di Natale. Non sono il mitomane che tutti credono. Pensano, soprattutto, che non abbia mai voluto veramente morire, ma giuro che la mia sopravvivenza è stata sempre un caso.

A quindici anni ero già al terzo tentativo e ho iniziato con gli psicofarmaci, prima di allora non avevo mai visto un dottore. Non mi avevano preso sul serio, «certo che è stato un incidente», dicevano, «mio figlio è un bambino perfettamente normale». Annegamento. Ero un bambino normalissimo. Avevo visto The Hours e quella di Virginia Woolf mi era sembrata un’ottima idea. Così mi sono riempito le tasche di pietroni e mi sono buttato in un laghetto deserto, famoso per le correnti, non troppo lontano da casa, perché il trasporto della salma fosse agevole. All’epoca la mia famiglia la prendeva ancora sul personale, era tutto un «non pensi a noi, al dolore che ci causi» ma, al contrario, mi sono sempre preoccupato di non dare troppi problemi con la salma. Il trasporto della salma è, lo ammetto, una faccenda macchinosa. Ad ogni modo, il caso ha voluto che un guardone locale avesse visto tutto e che si fosse buttato immediatamente, decretando il mio fallimento.

Per un po’ mi hanno proibito i film, ma è stato quando ho cominciato coi giornali e i telegiornali che la situazione è precipitata. La politica è la peggior sciagura che possa abbattersi su un aspirante suicida. È stato proprio durante una disfatta elettorale, a diciott’anni, che la mia fidanzata mi ha lasciato. La soluzione mi è apparsa ovvia. Non che l’avere una ragazza mi avesse mai fatto abbandonare l’idea, mi cullavo, al contrario, nel pensiero di quanto avrebbe pianto sulla mia tomba. Pensavo soprattutto a Anna Falchi vedova, in quel film con Rupert Everett. Gas. Infallibile, pensavo. Dopo neanche un quarto d’ora avevo i pompieri che mi sfondavano la porta. Mai una volta che i vicini si facessero i fatti loro. Venne una volta a trovarmi in ospedale, era molto arrabbiata, «sei uno stronzo ricattatore» disse.

La redazione della lettera di addio è sempre stato un bel momento. Le citazioni non sono mancate, da Pavese una volta «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono», tutto il monologo finale di Blade Runner un’altra e dai Baustelle una terza, «La guerra è finita, almeno per me». Mi avevano inciso una svastica sul goniometro in terza media, la presi molto male, e quel disco andava molto di moda. Ne ricordo poi una bellissima, di tre pagine, scritta al buio sulle scale del palazzo dove prendevo ripetizioni di greco. Ero giusto stato al cinema a vedere Her e facevo una lunga dissertazione sul declino inesorabile dei rapporti umani. Il giorno dopo, a ricreazione, mi sono buttato dal terzo piano. L’interrogazione era andata bene. Tibia e perone, nulla di più, avevo preso male le misure e nessuno ha letto la mia lettera profetica. Non mi è sembrato il caso di riciclarla.

Per qualche anno ci ho rinunciato. Forse perché si consumava una strage di studenti universitari e io non volevo finire in quelle statistiche. Ho fatto il mio ultimo tentativo dopo la laurea, una tragedia dalla quale solo il Duetto di Dustin Hoffman avrebbe potuto consolarmi. Gran mix di alcol e psicofarmaci, come le rock stars. Avevo dimenticato che il mio coinquilino era sopravvissuto alla strage degli studenti universitari e sono sopravvissuto anch’io, grazie a una bella lavanda gastrica, ma ho gravemente compromesso il mio fegato, da quel giorno ho dei dolori lancinanti e da quel giorno ho iniziato coi compromessi.

Compromessi coi professori, con il lavoro, coi giornali, coi cineforum, col sesso, coi collettivi, con gli aperitivi, coi compagni, coi fratelli, con le produzioni Netflix, con le produzioni Sky, con Sorrentino, con Guadagnino, coi dottori, con le medicine, coi preservativi, col personale politico, col politico personale, con le feste comandate, coi partiti, coi vestiti, con la Rai, con il cambio automatico, con le gomme quattro stagioni, con le discoteche, con le droghe, la techno, la drum ‘n bass, col maschile, col femminile, con Dazn, con il porno, coi coloranti, coi conservanti, col campionato, con il calcio mercato, con lo specismo, con l’antispecismo, coi social network, con le tribune politiche, con tutti i governi e con tutto il governo. Adesso vivo così, compromesso. Stai bene, mi dicono, ma guarda come stai bene. Nella mia vita non ho mai fatto niente di più orribile, di più inverecondo, di più disumano che stare bene.

Stavo bene quando sono andato al cinema a vedere Maria Antonietta santificata e stavo bene quando sono andato a vedere Elio Germano che fa Berlinguer, ma il film finisce e le persone piangono, le persone applaudono. Tutte le persone che piangono in sala, tutte quelle persone che piangevano ai funerali, alla camera ardente, che seguivano la salma, dove sono? Due milioni di persone. Dove sono state in questi anni? E, soprattutto, quanti di loro oggi hanno Amazon Prime? Pensavo che l’essere umano sa dimenticare tutto. Pensavo che l’essere umano sopravvive a tutto, che niente ci distingue dalle bestie in questa orribile cosa che è l’istinto di sopravvivenza. Pensavo a questo nostro saper superare, saper passare oltre, questo stare bene ad ogni costo, quando mi accorgo di aver sbagliato e taglio la strada a un SUV elettrico. Inchiodo. Non è successo nulla, ma c’è un uomo che urla, urla fortissimo, mi insulta, mi sputa sul finestrino. Ora è sceso dalla macchina e ha tirato fuori il cric. Guardo quest’uomo, incredibilmente somigliante a Robert de Niro, e penso che no, che il mio compromesso con la vita non ha funzionato.

Le automobili mi sono sempre piaciute, sento che questa è la volta buona. Che non si dica mai più che sono un millantatore. Una fine come si deve, sì, una fine da Sorpasso. Guardo un’ultima volta il foglio nella mia tasca: «Avevo tra le mani il più grande partito comunista d’Europa, ma ho cercato un dialogo coi democristiani». Perfetta.

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Postato in: Lo sfogone, Oceani di autoreferenzialità Tag: Berlinguer, Federica Fanelli, in fuga dalla bocciofila, Jouer avec le feu, Vincent Lindon Fai un commento

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