Mi è impossibile calcolare adesso quanto tempo è passato dagli attentati dell’11 settembre. Potrei dire, ma vado a occhio, un paio di secoli. Poi però, calcolatrice alla mano, mi accorgo che è molto meno: sono passati alcuni minuti. La verità è che il trascorrere del tempo calcolato sugli orologi atomici (UTC), così come il tempo universale (UT1) riferito alla rotazione terrestre, mal si accordano con il tempo percepito.
Che cosa hai visto?
Rimasto nascosto ai più per 17 anni, il video girato da Mark LaGanga l’11 settembre a New York ci mostra una città in corso di apocalisse. Nessun film catastrofico si era mai sognato di mettere tanta cenere in giro dopo un’esplosione. Sono le 1111 persone di cui mai saranno riconosciute le spoglie, sono loro che fluttuano e si depositano sulle strade e sulle macchine, sui caschi dei pompieri, nella gola e nelle narici.
Mark corre sul luogo del disastro e sta per alcuni minuti sotto alla torre in fiamme, l’unica ancora in piedi. Zooma e osserva. Sa fare il suo mestiere così bene che è ormai fuso ai bisogni dello spettatore. Documenta alla perfezione le dinamiche della scena, ciò che c’è da sapere. Intervista i passanti, chiede loro di fare lo spelling del proprio nome.
Poco dopo, l’operatore della CBS si allontana di qualche decina di metri ed è un bene, perché in quel momento cade la seconda torre. E mentre l’istinto gli dice di correre, mentre gli altri scappano in direzione contraria, lui si ferma e riprende tutto finché l’onda d’urto del crollo e la parete nera dei detriti non lo investono.
Per alcuni minuti non si vede nulla, si sente solo Mark che tossisce e sputa. Poi si decifrano delle voci. Quel che vede uscendo dalla nube è un uomo anziano ricoperto di cenere che brancola nella foschia ocra. L’uomo, intervistato, porta nella gestualità e nel taglio di capelli la sua gentilezza. «Ho 69 anni – dice – ma grazie a Dio posso ancora correre».
Sembra assurdo che conservi uno spirito del genere in tutto ciò. Nel film catastrofico di cui sopra l’uomo avrebbe urlato di follia, Stanislavski gli avrebbe suggerito un’adeguata disperazione.
Un altro uomo, più tardi, ha meno spirito dell’anziano e rifiuta l’intervista – lo sentiamo più vicino, quasi 3000 persone sono appena morte sopra alla sua testa in quello che il resto del mondo ha visto in diretta televisiva e ha scambiato per la più grande e spettacolare performance artistica di sempre, uno scherzo, una storia che non sta accadendo davvero.
Chiede: «Sa dove vanno tutti?»
Ancora quella calma che ci sorprende e ci atterrisce. La stessa calma che si vede nei tanti pompieri e poliziotti che rispondono tranquillamente e quasi non fanno caso alla telecamera, nell’autista che passa una mascherina a Mark («Thank you very much»), nel ragazzo con la camicia azzurra e la borsa a tracolla che gli disordina la cravatta («Mike Benfanti. B-E-N-F-A-N-T-I»).
Poi un uccello si posa sul marciapiede e Mark lo riprende per alcuni secondi come se cercasse in lui l’anomalia di quanto sta accadendo, come se anche da lui potesse ricevere una riposta alla domanda che continua a ripetere a tutti: che cosa hai visto? Che cosa ho appena ripreso?
Ne La sottile linea rossa di Malick, mentre la compagnia di fucilieri si da alla conquista della collina con esiti qua e là disastrosi, mentre fischiano e esplodono le bombe, un uccello (che nasce o che muore?) viene similmente inserito nella narrazione.
Quando il vecchio Terrence non abusa di questo escamotage per rispondere alle continue domande esistenziali che i suoi personaggi si pongono sussurrando – le famose fronde-degli-alberi-che-oscillano-al-vento – l’effetto è bellissimo, e la risposta, per quanto inarticolata, stranamente esauriente, come lo sono le risposte di certi maestri dell’era Meiji ai propri allievi.
Così, nel suo svolgersi che sembra scritto, una trama perfetta con un’introduzione, un apice drammatico e un’apertura finale in cui finisce il monocromo della cenere e si torna allo scintillio azzurro di fine estate, in cui si vede la gente evacuata e le scolaresche di ragazzi divertiti e spaesati dal fuori programma, il video, già soprannominato il video del secolo, diventa qualcosa di più che un impressionante documento storico.
Quell’uccello che plana esattamente lì, come in CGI, ci parla più dei mille video visti e rivisti per 17 anni – per due secoli, per alcuni minuti – di fronte ai quali, oltre alla morbosità e al bisogno di complotto, ci chiedevamo il senso profondo di tanta assurdità.
Quell’uccello si fa vettore di una sensazione molto vicina a un satori zen, una sensazione in cui la nostra fede poetica si sbriciola assieme alle torri e si torna increduli della vita – sensibili, vulnerabili, ricettivi e increduli della vita.
P.s.
Questa almeno è stata la mia sensazione.
Oppure, il che è probabile, prima di scrivere questo pezzo ho bevuto troppo sakè. Il video è soltanto un impressionante documento storico, una testimonianza che ci aggiorna sulle dinamiche e sulle reazioni della gente, niente di più, e ora sono ubriaco.
Quello che posso dire, a mia umile discolpa, è che la tazza non era mai stracolma, e ogni volta, prima di riempirla, mi sono assicurato che fosse completamente vuota.





Rispondi