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In fuga dalla bocciofila

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Fast and furious 5 | Ninnoli

19 Maggio 2015 di giovanni ceccanti

Non posso dire sia stata una bella giornata – neanche brutta per la verità, è stato solo un altro sacrosanto giorno di doppio lavoro, qualche birretta con gli amici per rifiatare e i piedi che mi trascinano a casa dove è più il tempo di pensare a come lanciarmi in mutande sul divano rispetto a quello che effettivamente impiego per farlo.

Eccomi allora mentre mi libro nell’aria, eccomi in mutande sul divano – librare [dal lat. librare, propr. «mantenere in equilibrio», der. di libra «bilancia»]. – equilibrare (letter.); più com. il rifl. librarsi, equilibrarsi, tenersi in equilibrio: la danzatrice si librò sulle punte dei piedi; quindi, compiere movimenti ondeggianti per mantenere l’equilibrio; essere sospeso in aria, volando: librarsi a (o in) volo, in aria; il messaggier celeste … si librò sull’adeguate penne (T. Tasso). Nell’uso poet., equilibrato: il ciel l’uomo concesse Alle gioie e agli affanni, onde gli sia Librato e vario di sua vita il volo (Foscolo).

Dunque, in accordo col Foscolo, cerco in tv il primo film che possa bilanciare i miei recenti affanni. Poco zapping e vedo donne e vedo motori, e mi sento improvvisamente uomo. Paul Walker, splendido e bradpittesco, a due anni dall’incidente automobilistico che lo vedrà morire bruciato in quel di Santa Clarita, Los Angeles, sta per metter su una famigliola. Ma l’ambiente intorno è tutt’altro che confortevole. Siamo nelle favelas di Rio e c’è da fare a cazzotti. Rombano i motori, i bikini delle signorine si allentano dove devono. Dominic Toretto (Vin Diesel), macho affidabile e dal cuore d’oro, si erge ormai a padre putativo dell’intera banda. Anche lui vede la possibilità di una famiglia – sta per diventare zio – una famiglia moderna e incasinata certo, una famiglia fatta per lo più di amici ed elementi collaterali, esterni, aggiuntisi con il tempo e la buona volontà, ma pur sempre una famiglia.

Nonostante la stanchezza generale e i fumi dell’alcool e delle sigarette (che fumo a ruota da quando sono uscito da lavoro) sento salire una profonda empatia per lui e per tutti i buoni del film. Per tutti i buoni di tutti i film del mondo. In segreto lascio partire un paio di brividini lungo le braccia durante i due discorsi chiave di Toretto alla sorella e a Walker, uno dei quali viene coronato da un muscoloso abbraccio che mi trova stretto al cuscino, un po’ emule e un po’ nemesi della scena. È di un attimo dopo, in effetti, il cuore politico ed etico del film. Hernan Reyes è il più potente uomo d’affari di Rio de Janeiro, inutile dire che è corrotto e spietato fino all’osso. La sua morale però – spiegata in una scena che è un tòpos di questo genere, con tanto di whiskey invecchiato trent’anni e scrivania con poltrona di pelle nera – non soltanto non è scontata, ma polverizza persino quel poco di me che ancora si ostina a voler riposare. Dopo un paio di campi e controcampi il regista stringe sul volto abbronzato e sicuro di sé di Reyes, che esce dallo schermo e punta dritto verso di me.

– Ascolta, vorrei espandere i miei affari nel tuo paese, ma francamente i tuoi metodi sono troppo violenti…

Sto sorseggiando whiskey con lui, la sigaretta pende tremula dal mio labbro.

– Ti racconto una storia vera. Cinquecento anni fa, portoghesi e spagnoli vennero qui per cercare di reclamare il paese dai nativi. Gli spagnoli arrivarono con le armi, per fargli capire chi comandava.

La voce di Hernan opera le giuste pause, è roca e pastosa quando deve esserlo.

– I nativi li uccisero tutti, uno ad uno.

Pausa.

– Personalmente preferisco i metodi dei portoghesi. Arrivarono con dei doni: specchi, forbici, ninnoli. Cose che i nativi non sapevano costruirsi. Ma per averle dovevano lavorare per i portoghesi. Per questo oggi in Brasile si parla portoghese.

Questo figlio di puttana parla del mio portafoglio, della mia condizione sociale. Sta parlando delle mie ferie accumulate.

– Ora, se si dominano le persone con la violenza, forse si ribellano perché non hanno niente da perdere. Ecco la chiave. Io sono andato nelle favelas e ho dato loro qualcosa da perdere. Elettricità, acqua corrente, scuole per i loro figli. E grazie a un assaggio di vita migliore, ora sono miei.

Reyes alza il bicchiere invitandomi a brindare. Io inconsciamente alzo la mia Ichnusa sgasata verso il televisore, mentre nell’ufficio entra uno dei suoi sgherri avvertendolo di qualcosa che non capisco, forse uno scontro a fuoco o un inseguimento per le strade violente della città – ma io non sono più qui, sono andato, sto pensando al mio lavoro, alla mia vita che lentamente si stabilizza sulla domanda e sull’offerta, un po’ come la vita di Toretto, anche se un po’ diversa.

Perfettamente in tempo, Mediaset stabilisce che è il momento dei consigli per gli acquisti. Una televendita, Mastrota che sorride accanto a un materasso. E io penso, alto sulla mia morale: ninnoli.

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Postato in: Recensioni Tag: fast and furious, giovanni ceccanti, mastrota, mediaset, ninnoli, paul walker, ugo foscolo, vin diesel Fai un commento

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