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In fuga dalla bocciofila

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Cime tempestose | Autocelebrazione 3

29 Aprile 2026 di giovanni ceccanti

Lena si mette i glitter sotto gli occhi e pensa: ho uno spillo dentro al cuore. 

Sento una fitta, una specie di puntura nel petto – dice togliendo lo sguardo dal suo riflesso sullo specchio e rivolgendolo a Vera che si cotona i capelli col phon.

Mia madre mi direbbe di stare tranquilla che è solo stress.

Cosa cazzo vuol dire è solo stress? Vero o immaginario, io lo sento questo dolore… E poi lo stress era quello che sentivate voi negli anni ’80, adesso c’abbiamo l’ansia, mammina cara.

Ansia, agitazione, angoscia!

Inquietudine, afflizione, desiderio!

Lena alza il pugno e annuisce in tono grave, poi torna a guardare il suo riflesso allo specchio.

Stai benissimo baby, sei una strafica, le dice Vera.

Sono una strafica e morirò vomitando sangue entro la mezzanotte.

 

*

 

In copisteria Vera ritira la stampa di un pene tagliato. 

Il commesso – età indecifrabile e golf color vomito – cerca di fare lo sciolto. Lei lo incenerisce con lo sguardo e sputazza per terra.

È una foto enorme, grande come un manifesto pubblicitario e Vera spende altri soldi per farsela pure plastificare.

Una volta fuori Vera prende la foto e la tiene alta sopra la testa come se fossero le indicazioni per un autolavaggio: adesso hai capito chi sono? Capelli cotonati, spalline a punta… 

Dovrei?, le fa Lena. Dai, cazzo. Indica il cazzo tagliato. Lena la guarda con più attenzione. 

Lorena Bobbitt! 

È come se avesse riconosciuto una vecchia amica.

Lorena Gallo vorrai dire!, precisa Vera. Morte al nome di John Wayne Bobbitt!

In tutta onestà Lena pensava che quella cappella sanguinolenta fosse un croissant alla fragola.

Quella di Lorena Gallo è una storia famosa che hanno scoperto insieme un pomeriggio che Lena aveva comprato la ketamina. Praticamente questa ventenne ecuadoriana aveva tagliato con le forbici da tacchino il pisello del marito alcolista violento mentre dormiva e l’aveva lanciato dall’auto in corsa sfrecciando lontano da Manassas, Virginia.

Come una fiaba al contrario, la polizia si era messa a cercare quel pezzo di carne amputato e lo avevano ritrovato – di notte, lungo la statale – quindi lo avevano portato in ospedale insieme al suo proprietario e glielo avevano ricucito – gli avevano ricucito il cazzo! Higitus figitus. Un miracolo. Una barzelletta.

Quel coglione ci aveva pure mangiato sopra. Aveva fatto un porno intitolato John Wayne Bobbitt: Uncut. 

Era divertente? Dovevamo ridere?

Lena dice: Dio benedica Lorena Gallo, la santa castratrice!

Proseguono verso la street con questa foto del cazzo. 

Tecnicamente, le spiega Vera, quello che ha fatto Lorena non è una castrazione ma una penectomia.

Nel primo caso tagli anche le palle o le giri finché non si staccano.

Allora Dio benedica Lorena Gallo, la santa pene– penecto–

Pe-ne-cto-mi-sta.

È il momento di drogarsi. Tirano fuori la bustina coi cristalli che si inizia già a sentire la grancassa di uno dei carri e si vedono altre bande che convergono urlando e salterellando. Un po’ di MD a scioglier le danze, a sciogliere le lingue dentro i baci e le braccia negli abbracci – e soprattutto a far sparire quello spillo dal cuore di Lena.

Altri chiedono a Vera della foto, la discussione si allarga. C’è dell’entusiasmo. Si cerca su wikipedia. Perché non le hanno ancora intitolato una via? Perché non c’è una piazza Lorena Gallo?

The Lorena Gallo International Airport.

Ehi, senti questa, qui parla di una donna giapponese che invece al marito gli tagliò il cazzo e le palle.

Sada Abe. 18 maggio del ’36.

Ok, lei è tecnicamente una castratrice, stabilisce Vera.

Prima lo soffocò con la cintura del kimono, dice che al maiale gli piaceva.

Si forma un corteo nel corteo. Una ragazza con lunghissimi rasta verdi cammina all’indietro davanti a loro e scatta una foto di queste ragazze truccate, glitterate e cotonate che tengono quella cosa dritta sulla testa come una dichiarazione d’intenti.

La trovo volgare, inutile e violenta. Mi piace.

Lena si sente bene adesso – prende un’altra pucciata con il mignolo pittato di lavanda – e assapora fra i denti l’amaro della sostanza che le stringe gli occhi, mentre Vera balla serpentesca al suo fianco. 

Forze dell’ordine in fondo al viale ormai gonfio di gente formano un cordolo protettivo davanti alcune vetrine di moda e alla banca Credem.

Lena prende un respiro profondo.

La manifestazione è autorizzata, no? Perché questi cani sono in tenuta antisommossa?, urla qualcuno.

Il coro si solleva inevitabile:

 

Son brutti brutti brutti 

Son neri neri neri

Non sono scarafaggi

Ma son carabinieri 

 

Cantano tutti. A squarciagola.

The Lorena Gallo Stadium.

Su uno dei carri sono vestiti da sirene, hanno il torso nudo e delle lunghe gonne a scaglie lucide e splendenti che fanno pensare alle code delle creature mitologiche.

È un’immagine che colpisce molto Lena, la trova bellissima. È come se le sirene di Ulisse anziché restarsene sugli scogli a cantare avessero arrembato la sua barca e si fossero sbarazzate dell’equipaggio, gli uomini buttati in mare, inutile zavorra, una nave pazza e senza destinazione che spara tecno a 200 bpm.

Un ragazzo si tira dietro un carrello della spesa carico di birre e acqua che distribuisce gratuitamente. Le birre no. Le birre fanno tre euro l’una.

Alcuni sono saltati sopra i cassonetti, sibilo muto e puzzo di fumogeni.

È una fiumana. Una calca. Quante sono ventimila persone?

La terra trema e il cielo cola di luce. Lena si riempie gli occhi di tutto questo, della città in festa, e pensa, come se risolvesse un integrale, all’implausibiltà del futuro.

Non esiste un futuro perché quello che sta attraversando zampettando e muovendo le braccia come dei tentacoli (o delle piante rampicanti che crescono a velocità accelleratissima) è un presente assoluto e totalizzante. Un presente implacabile.

Lena promette a sé stessa di vivere per sempre così.

Alla strettoia prima del cavalcavia il corteo si ferma. Partono dei bu. 

Qualcuno lancia qualcosa contro il cordolo di carabinieri che nel frattempo si è rimpolpato. Si intravedono delle camionette. 

Lena pensa che è soltanto una lattina accartocciata, ma neanche troppo accartocciata, non ha cioè quella forma a disco che la renderebbe, almeno in teoria, pericolosa, se per caso andasse contro un volto che non avesse un casco e una visiera a proteggerlo.

Se la musica a palla e i respiri affannosi di ventimila persone e il traffico facessero improvvisamente silenzio si sentirebbe il flebile clangore di una lattina che cade.

 

*

 

In un attimo Lena e Vera si ritrovano premute una contro l’altra e insieme contro il carro delle sirene. Li stanno caricando. Ma perché, gridano, che cazzo succede? Fasci! Merde! Non usano i manganelli ancora ma a quanto pare il percorso del corteo ha subito una deviazione non consentita e si trovano adesso in un punto sensibile – una buona parte di loro ha perso la testa del corteo che sembrerebbe già arrivato a destinazione, si sparge questa voce, che la coda è tagliata, isolata, che sono rimasti in pochi, chiusi – poi una provocazione di troppo, il panico e il piacere stesso dell’abuso di potere hanno fatto il resto.

Ognuno viene tirato giù per i piedi dal proprio piedistallo stupefacente. 

Lena e Vera vengono divise, la foto del cazzo di John Wayne Bobbitt che fu esibita nell’aula di tribunale durante il processo contro Lorena Gallo cade e sparisce nella calca. 

Un poliziotto vede Lena lanciare via il sacchetto con la droga (un gesto istintivo, sua madre direbbe che salta troppo presto alle conclusioni) e la proietta sull’asfalto.

Le sirene saltano giù dal carro e l’intera manifestazione come un immenso alveare o un superorganismo si contrae, cambia forma e si dilata capendo il da farsi di fronte alla minaccia improvvisa dei calabroni. In questi casi le api inizierebbero a frullare le ali tutte insieme sempre più velocemente in modo da aumentare la temperatura all’interno del favo e incenerire i calabroni. Il rischio ovvio è quello di bruciare tutto e di morire loro stesse – che magnifica metafora di una vita votata all’attivismo.

Lorena Gallo era stata giudicata temporaneamente incapace di intendere e di volere e le furono imposti 45 giorni in ospedale psichiatrico. Quando era uscita aveva fondato una no profit per le vittime di abusi domestici.

Dal momento che sente l’odore della plastica e vede il fumo denso e bianco inglobare le macchine parcheggiate, gli ippocastani e poi i ragazzi vestiti a festa, calze strappate e parrucche sgargianti che corrono via e si disperdono, Lena capisce che ci sono degli infiltrati.

Vorrebbe correre via anche lei ma è immobilizzata pancia a terra. Si sente sola al mondo, una foglia tremante di terrore, una bimba abbandonata alle acque rapide del fiume. Adesso che il futuro prossimo le è negato lo rivuole indietro.

Sente il respiro affannoso del carabiniere che la tiene puntellata col manganello.

Il sesso come pensiero intrusivo.

 

[continua…]



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Postato in: Categorie Tag: autocelebrazione, cime tempestose, giovanni ceccanti Fai un commento

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