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C’era una volta in America | Una chiamata persa

14 Aprile 2026 di Federica Fanelli

C’era da prendere una decisione nel giro di qualche secondo. Come potevo rispondere a Orlando Morozzi, al mio amico Orlando Morozzi, senza scatenare una serie di eventi disastrosi? E come potevo non rispondere a Orlando Morozzi, al mio amico Orlando Morozzi, senza scatenare una serie di eventi disastrosi? Il telefono continuava a squillare e io non riuscivo a decidermi.

Erano, io credo, almeno quattro anni che non lo vedevo, né avevo sue notizie. Può darsi che lui ne avesse di me, che avesse chiesto a qualcuno, perché era, questo è certo, un amico migliore. Se avessi risposto, la conversazione sarebbe stata difficile. Tutte le cose che avrei dovuto raccontargli, tutte le cose che mi avrebbe dovuto raccontare lui. Perché ero sparita, cosa avevo fatto, dove ero stata, che giustificazioni avevo, che scelte avevo preso. Sarei dovuta partire dall’inizio, dalla Bretagna, o forse da Parigi e sì, lo so che gli avevo detto che non sarei più tornata in Francia, ma c’ero tornata e avevo fatto lo stesso con molte altre cose. Spiegare che non fumavo più le Camel gialle, che ero passata a quelle blu, ma che se me ne avesse date due di fila gialle, avrei senza dubbio ricominciato. Che adesso avevo i social network, e che da quando li avevo non ero mai più salita su un palcoscenico. Di queste e di altre mille cose che avevo accolto e abbandonato avrei dovuto dare una spiegazione. E cosa sarebbe successo se non avessi risposto? Magari quella era una telefonata importantissima. Stava per morire e doveva affidarmi le sue ultime volontà, lasciarmi un messaggio essenziale: quando sarò morto devi trovare questa donna e dirle che la amo. Ma perchè l’avrebbe chiesto proprio a me? una pessima amica, scomparsa per anni. Era chiaro: perchè è più facile affidare i nostri segreti alle persone che ci conoscono meno. Magari i suoi amici, quelli veri, non l’avrebbero fatto perché questa donna, forse, era stata una vera stronza. Avevo voglia di rispondere e di dirgli che tutto era uguale, che niente, niente di niente, era cambiato. Che ero la stessa identica persona, che mi affidasse pure il suo segreto.

Forse ricordava che sono davvero brava a trovare le persone, che sono praticamente la Stasi e invece i suoi amici, quelli veri, questa donna l’avrebbero cercata sulle Pagine Gialle. Ma quale donna avrebbe potuto essere? cercavo di ripercorrere la vita sentimentale di Orlando, di anticiparlo. C’era stata quella Sara, ma non poteva essere lei, l’aveva denunciata per stalking. E poi la Giulia, ma erano in ottimi rapporti, non aveva senso. Ma quante altre donne potevano esserci state in questi quattro anni? che disperazione! A chi diamine dovevo trasmettere il suo importantissimo messaggio? E come spiegargli che la Ford Ka adesso era un cubo rosso di lamiera mentre i suoi pezzi erano sparsi per l’Est Europa e che, a tutti gli effetti, non esisteva più? E neanche la casa di Orlando esisteva più, e chissà chi l’abitava. L’avevamo salutata con una festa nell’aia. Cantavamo ubriachissimi, certi che tutto quello che sarebbe arrivato dopo dovesse essere, per forza, migliore.

Mi sembrava d’altro canto inverosimile che Orlando potesse amare una donna senza dirglielo. Era così drammatico, così sentimentale, forse non ero sulla giusta strada. Ma se fosse cambiato, se in questi anni gli fosse successo qualcosa che lo aveva irrimediabilmente compromesso e adesso fosse diventato una di quelle persone impossibilitate a parlare dei propri sentimenti, adesso avrebbe scelto di affidarli a me. Il telefono continuava a vibrare ed io pensavo tutte queste cose, senza riuscire a risolvermi sul da farsi. Se avessi risposto, sicuramente avrei dovuto dirgli che il gatto era scappato e che di lui non avevamo avuto più notizie, che probabilmente era morto e che no, non ci avevo pensato ad avvertirlo, di scusarmi.

Subito un’altra possibilità mi atterriva. Orlando, in punto di morte, che decide di affidarmi un compito cruciale. Un piano, una lista, un’arma, che avrei dovuto recuperare immediatamente nel doppiofondo di un cassetto di quella sua casa nuova, che io non conoscevo. E perché proprio a me? perché ero, questo sì, la persona più insospettabile tra tutte quelle che lui conosceva. Ma perchè telefonarmi? ero anche, va detto, la persona che aveva minore probabilità di essere intercettata. Ma me lo avrebbe davvero chiesto al telefono? no, non era così stupido, mi avrebbe probabilmente chiesto di vederci, e questa era un’eventualità che mi era insopportabile. Forse perchè ero, a tutti gli effetti, un’altra persona.

Cercavo un momento nel quale avrei potuto vedere Orlando e prendere, ormai ne ero certa, la doppia chiave di quella sua casa nuova nella quale si nascondevano segreti preziosissimi. C’era il lavoro, c’era da finire il libro per il gruppo di lettura, giovedì la cena con mia mamma, rimandata quattro volte, e poi c’era il presidio contro l’ultimo DDL, e poi da scrivere il racconto per In Fuga dalla Bocciofila, dovevo vedere quel ragazzo, rimandato tre volte, e consegnare quel paper all’università, risolvere alcune grane burocratiche, fare la spesa se non volevo morire di fame, comprare i voli per Parigi, cretina che non li hai comprati prima dell’aumento del carburante, e il regalo di compleanno per Camilla, andare a quel cocktail di lavoro, scrivere quell’altra cosa che avevo promesso e mi sarebbe tanto piaciuto recuperare quel film al cinema che ridavano proprio in questi giorni. Era un tetris irrisolvibile. Forse il destino, la prigionia o la libertà di molte persone dipendevano ora dalla pessima organizzazione del mio tempo. Dovevo assolutamente rispondere. Dovevo rispondere adesso. Ma se non c’era più nulla, se tutto era nuovo di pacca, scintillante, se io guidavo una macchina con gli specchietti automatici e lui abitava in città, se facevo la skincare due volte al giorno e non andavo più a letto col trucco di scena, mi era davvero impossibile avere questa conversazione.

Piangevo. Tremavo. Mi agitavo. Tutto sommato, dove credevo di essere? Negli anni settanta? Ma figurati se il Morozzi scriveva un piano sovversivo su un foglio e lo nascondeva in un cassetto. Ma che gliene importava poi, alla polizia, di andare a frugare a casa di Orlando se fosse morto? Ah! Un suicidio! In quel caso sì, sarebbero andati a frugargli in casa. Cristo, forse stava per ammazzarsi ed io.. lo schermo si spegne, il telefono smette di vibrare. Una chiamata persa: Orlando Morozzi. Lo avrei richiamato. Sì, senza dubbio. In un momento di maggiore calma. Con tutto il tempo necessario per spiegare che non solo non bevevo più i cocktail, ma me ne ero anche dimenticata tutte le ricette, persino di quelli che piacevano a lui. Il tempo per dirgli che adesso bevevo solo vini naturali e per spiegargli anche cosa sono, i vini naturali.

Adesso dovevo fare la doccia, asciugare i capelli, uscire, chiamare mio fratello nel tragitto prima di arrivare in Via Trento, dove la linea cade, fermarmi a fare benzina, a fare un bancomat, arrivare, salutare, cenare… non c’era tempo per questa telefonata, non c’era proprio tempo. Non c’era tempo per Orlando. E questo era terribile. Io ero una persona terribile. Ma sicuramente stava bene. Avrà voluto invitarmi a uno di quegli spettacoli autoprodotti, se recitava ancora. Oppure era entrato in uno schema piramidale, che ne so. Lo avrei richiamato. Stava sicuramente alla grande. Avrei spiegato che in casa mia non c’è campo, e neanche in ufficio, che doveva chiamarmi al fisso, di casa o dell’ufficio, o dai miei, o ai numeri francesi. Ma era veramente il caso di dare tutti i miei numeri di telefono a Orlando Morozzi? Avrei vissuto da quel giorno una vita scandita dalle sue telefonate? Sarei stata vittima delle mie scelte scellerate per sempre? Il cuore mi batteva fortissimo. Non avevo scampo. Ora dovevo proprio andare. Entro in doccia. Era andata così. Skincare. Starà bene? Domani lo richiamo. Mi asciugo i capelli. Sì, dopo me lo scrivo su un post-it e domani, senza dubbio, lo richiamo.

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Postato in: Oceani di autoreferenzialità Tag: bob de niro, c'era una volta in america, camel gialle, Federica Fanelli, morozzi, sergio leone, telefonata Fai un commento

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