Dopo essermi letto una biografia di 960 pagine (indici esclusi) su Mao Zedong (sorvoliamo sulla mia passione per le biografie), quando mi è capitato tra le mani il film di propaganda cinese intitolato La lunga marcia del 2010, regia di tre geni probabilmente trovati a caso in una risaia qualsiasi Yang Jun, Zhai Junjie e Jia Wang, non ho saputo resistere e me lo sono guardato tutto, scoprendo un piccolo capolavoro del cinema comico, cinico e senza scrupoli nell’uso veramente pirotecnico dell’ironia nera.

Per rendere più chiaro il livello di “simpatia” messo in atto dai tre registi cinesi farò un parallelo storico forse per noi europei più chiarificatore. Provate ad immaginare un film sul nazismo dove Hitler va in giro per i campi di sterminio a dare torte e caramelle agli ebrei quasi fosse una Suor Maria Teresa di Calcutta qualsiasi. Si ferma a chiacchierare con i vecchietti sorridenti chiamandoli per nome, incita il popolo eletto di Dio a resistere alle mortali difficoltà di un lager, aiuta qualche ebrea a lavare i panni dalla cenere di Auschwitz-Birkenau e quando vede un bambino piangere lo prende in collo, lo bacia e gli chiede muovendo i suoi baffetti “perché sei così triste, bimbo mio?”. Il bambino gli racconta che ha perso i suoi cari, sono stati gassati, bruciati, seppelliti in fosse comuni, ma lui, piccolo bambino resiliente, continuerà a lottare accanto ad Hitler per sterminare in modo inumano tutti quanti i semiti. Hitler piange e lo consola dicendogli che presto, molto presto tutto finirà, e lo accompagna tenendolo per mano verso una piccola porticina con scritto sopra: Docce uomini.

Un film del genere potrebbe essere più divertente di quanto ci si possa immaginare (certo, di un’ironia nera antihitleriana forse un po’ al limite e che probabilmente ricorderebbe Moloch di Sokurov), perché guardando il lungometraggio di Yang Jun, Zhai Junjie e Jia Wang non solo ho riso come un matto per l’abilità di rendere ridicoli contemporaneamente personaggi e vicende storiche falsificate, ma ho anche percepito la grande maestria di una denuncia storica fatta attraverso la retorica da due soldi della propaganda maoista. Un film assolutamente a doppio senso. Nero come può esserlo esclusivamente la falsificazione storica. Ed è proprio per questo che dovete assolutamente vederlo, così che possiate diventare consapevoli. Come diceva il mio vecchio amico Philip Dick: c’è una svastica sul sole e c’è un uomo che vive in un alto castello. E’ uno scrittore. Un suo libro circola di nascosto negli ambienti sovversivi. E’ un romanzo che ci racconta come sarebbe il mondo se i vincitori fossero stati sconfitti e gli sconfitti fossero vincitori. Se i mostri fossero degli eroi e gli eroi fossero dei mostri.


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