La finestra rotta era il passaggio più sicuro. Nessuno la vedeva dalla strada. Bastava imboccare l’ingresso laterale, seguire il muro di cinta, attraversare il cortile di corsa e infilarsi dentro.
Il grande atrio, come sempre, era vuoto. L’unica insidia erano le assi marce che cedevano senza preavviso, lasciandoti incastrato e in balia di chi si approfitta delle disgrazie altrui. Ma conosceva il percorso a memoria e raggiunse le scale senza intoppi.
Stava per salire quando qualcosa si frantumò al piano di sopra, lasciandolo col passo sospeso sul primo gradino. Strinse le pupille per aguzzare l’udito e decifrare meglio quel suono. Silenzio, rotto da un tonfo che fece vibrare le assi fin sotto di lui. Qualcosa di pesante era caduto sul pavimento, ma non vedeva cosa. La rampa si perdeva nell’oscurità oltre il pianerottolo. Arrivò un altro tonfo, poi un altro ancora, seguito da un lamento basso e strozzato che saliva dal fondo della gola e saliva, acuto, fino a stridere più forte, più vicino, come i passi che, capì, venivano verso di lui. Qualunque cosa fosse, non poteva più stare lì.
Imboccò il corridoio laterale. Il buio qui era più fitto, perciò si mosse affidandosi alla memoria. Contò i passi. Al decimo scartò a destra e si infilò in quella che un tempo era la cucina.
Si mosse agile tra cocci, schegge e barattoli sparsi sul pavimento, facendo attenzione a non calpestarli, e raggiunse il muro di fondo, scavalcando il tavolo rovesciato, che lasciava giusto uno spazio per infilarsi nello sgabuzzino.
Rimase in attesa. Nessun passo, nessun movimento. Forse avevano preso un’altra direzione, o forse non l’avevano seguito. O forse era tutta suggestione.
Il primo entrò quando decise di uscire. Si era sporto appena oltre il tavolo e ne intravide la sagoma. Grande. Eretta. Instabile. Si muoveva a tentoni, oscillando alla cieca e con passi malfermi. Avanzava verso di lui. Era a un passo dal scovarlo quando una voce squillò da lontano. Un richiamo. La figura si bloccò, poi si voltò e lasciò la stanza. Gli andò dietro, furtivo.
Si erano fermate nel salotto. Erano tre, forse quattro. Frugavano ovunque, armadi, cassetti, sotto il divano sfondato. Una era salita su una sedia traballante per raggiungere una mensola alta. Sembravano cercare qualcosa.
Si spostò di lato, cercando un angolo migliore, ma nel movimento il fianco toccò qualcosa di freddo e rigido. Un vaso. Lo capì un istante prima che si schiantasse al suolo. Il rumore inghiottì ogni altro suono e attraversò il corpo di tutti i presenti. Il tempo rimase sospeso, poi il caos di voci, corpi e ombre che convergevano verso di lui. Le scale. Doveva raggiungere le scale. Scattò verso l’atrio e si lanciò verso il primo piano senza voltarsi.
Sapeva che in fondo, sulla destra, c’era la stanza che cercava. Quando ci arrivò davanti, si buttò con tutto il peso contro la porta, ma restò chiusa. Riprovò. Niente. Forse era bloccata dall’interno. Ma non aveva importanza capirlo, perché le strane figure avevano raggiunto il pianerottolo. Si muovevano goffe ed emettevano suoni confusi, tra il sussurro e il lamento. Non capiva se fossero spaventate o curiose. Forse entrambe le cose. In ogni caso, non doveva farsi prendere. Valutò la situazione. Il corridoio era stretto. Loro da una parte, la porta chiusa dall’altra. Nessuna via d’uscita. Indietreggiò, fino a sentire l’angolo del muro contro la schiena. Era spacciato.
Una delle sagomo si chinò, piano, verso di lui. Riusciva a vederla meglio, ora che era vicina. La pelle glabra, pallida, tesa su ossa troppo lunghe. La testa enorme, sproporzionata rispetto al resto del corpo. Aveva un odore forte. Sudore e urina. Alzò un arto. Dall’estremità si staccavano cinque appendici. Sottili. Mobili. Sporche. Ognuna si muoveva indipendente dalle altre, come fossero vive e cercassero di afferrarlo.
Il pelo gli si rizzò lungo tutta la schiena. Contrasse la zampa posteriore, affondò gli artigli nel legno marcio, era pronto a scattare, quando il mondo si dissolse in un bianco accecante che gli bruciò le pupille. Non vedeva più nulla. Non le sagome, non le appendici, non il corridoio. Solo una luce violenta.
***
«Cazzo, vi giuro, pensavo fosse… non lo so».
«Guarda come trema, s’è cagato addosso peggio di noi».
«Ma non potevi accenderla prima, la torcia?»
«Non funzionava».
«Andiamo va, torniamo giù, prima che ci salti addosso».
I bambini si allontanarono nel corridoio, seguendo il raggio di luce. Scesero le scale e si dispersero al piano di sotto. Lui restò nell’angolo ancora un po’. Il cuore rallentava. Il respiro si normalizzava. La paura passava.
Si avvicinò alla porta. La spinse con il muso e cedette senza resistenza.
Com’è che prima era bloccata?

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