di Guido Landini (campionato mondiale di racconti di piazza edison, prima edizione)
Lui fissava quella foto, con un accendino nella mano. Non perché fosse buio nella stanza, ma perché la voleva bruciare.
Fissava il volto nella foto. L’aveva conosciuta durante l’Erasmus, ad Amsterdam.
Lei, una ragazza di Bratislava, figlia di un rappresentante di una ditta di saponi, figlia della globalizzazione, quattro lingue in saccoccia, pochi esami mancanti alla sua laurea in Relazioni Internazionali.
Lui, un ragazzo di Istanbul dalla battuta sempre pronta, con il joint tra le dita, capelli fino alle spalle e tratti inspiegabilmente nordeuropei. Raccontava con scarsa modestia di essere il fratello di Brad Pitt in Troy, ma dato che era turco lo avevano nascosto tra le file dei troiani.
Si erano incontrati in studentato, quando tutti i ragazzi la fermavano per farle complimenti nei corridoi. Tutti, tranne lui, quel turco un po’ insolente, l’unico che non la venerava, ma la trattava da ragazzaccia. Per ore si prendevano in giro in chat, e poi si davano appuntamento in camera, a tarda notte, quando gli altri erano ormai spenti dall’alcol e dalle canne.
Quel semestre, a febbraio, arrivò la pandemia. L’università fu costretta a sospendere i corsi in presenza. Lo studentato cominciò a svuotarsi, in molti furono costretti a terminare l’esperienza dello scambio, a tornare nel proprio Paese.
Loro due, no.
I loro Paesi gli avevano consigliato di restare, troppo rischioso mettersi in viaggio. Loro, felicissimi, potevano restare insieme fino alla fine della primavera. Quando venne il momento di partire, lei gli regalò una raccolta di foto e testi che racchiudevano quei pazzi mesi passati insieme.
Iniziava con uno scatto di lui, preso da uno di quei pomeriggi primaverili in cui era permesso uscire a coppie e fare il giro del quartiere. Avvicinava un fiore al naso, faceva una faccia stupida, le labbra contratte in un verso da maschera. Ora quello stesso fiore, ormai appassito, decorava lo spazio bianco a lato della foto.
Nella pagina successiva, la foto di un gruppo di studenti seduti sul divano sfondato della common room, ognuno con un post-it sulla fronte. Quei post-it adesso circondavano la foto, a ricordare una sessione di Guess Who? andata avanti fino alle tre del mattino. Putin. Trump. Ivan the Terrible. Un frego a pennarello canzonava uno studente greco: ben venti domande per indovinare il nome di Shrek.
Sempre insieme, una foto dopo l’altra, abbracciati con un drink nella mano, l’elenco delle espressioni segnate che solo loro ripetevano. “Tak!”, oppure “calm down!”.
La “carbonara experience”: due chili di pasta, dieci uova, un ramaiolo intero di prosciutto affumicato, e un abbraccio a un amico italiano.
Quel giorno che avevano guidato fino all’Aia, noleggiando una Golf insieme agli ultimi studenti rimasti, quando lui sulla spiaggia le aveva fatto un servizio fotografico, e lei seduta sulla sabbia con una giacca di pelle nera, i jeans Levi’s a vita alta, i piedi scalzi, i capelli rossi scostati da un vento infuriato, sembrava una vergine del mare che i vichinghi avevano lasciato scolpita nel legno delle conifere.
Continuarono a chiamarsi i primi mesi, i primi anni dopo quell’esperienza. Lei gli diceva: “five minutes and I’m ready!”, correva in bagno a truccarsi e finiva per connettersi mezz’ora dopo. Lui la faceva ridere sempre, ricordandole quel francese “fucking weird” chiuso in camera, e che sapeva imitare alla perfezione.
Anche la pandemia passò. Lei finì gli studi, lui invece, mai. Entrò a lavorare in quel negozio di dolci di famiglia, e lì rimase. Lo studentato dove si erano conosciuti venne chiuso, trasformato in un centro d’accoglienza per migranti, e poi demolito.
Le chiamate, da quotidiane, diventarono settimanali, mensili, stagionali.
Finché un giorno, smisero.
Non accadde per un motivo preciso, perché lui l’aveva provocata troppo o aveva fatto “l’over emotional”, ma accadde e basta, di colpo. Come quando un impiegato qualunque, la sera di ritorno dal lavoro poggia un attimo la testa sul divano, apre gli occhi, ed è già un altro giorno.
Lei si sposò con un ingegnere italiano conosciuto durante una trasferta di lavoro. Lui smise di fumare, ma più e più volte, prima di farlo, avrebbe avvicinato la fiamma viva a un centimetro dalla carta dell’album. Quando si era finalmente deciso a ridurlo in cenere, andava all’ultima pagina e toccava l’ultima foto.
Poter toccare una foto stampata è molto diverso da farlo su uno schermo. Dà l’illusione di averlo tra le dita, quel momento. Di saggiare gli angoli di quel ricordo.
Era la sera di una festa. Stanchi di girare per i corridoi in tuta, quella sera avevano deciso di vestirsi eleganti. Lui indossava una camicia bianca e un cappello di paglia, gli dava un tocco hawaiano. Lei un vestito blu, lungo, con uno svolazzo alle maniche.
Lui aveva una sorpresa con sé: le aveva preso un dolce del suo paese, il baklava, recuperato in un negozietto etnico in centro città. Pochi giorni dopo, lei ricambiò con un altro assaggio: una bottiglia di Tatratea, un liquore slovacco.
Tu sarai come il baklava, gli disse lei. Ti rimane appiccicato al palato, e non se ne vuole andare via. E tu sarai come il Tatratea, rispose lui. Che ti spezza in due, e poi non sai perché, ti lascia la voglia di un altro bicchiere.
E un altro, un altro ancora.
Sotto la foto c’era questa scritta, in turco. L’aveva aggiunta lui quando era tornato a Istanbul. “İyi zamanları atlatmak gerçekten zordur, hatta imkansızdır”. Significava: “Superare i momenti belli è davvero difficile, addirittura impossibile”.
La rileggeva, ogni volta, abbassando la fiamma dell’accendino. Poi riponeva l’album nel punto più alto sullo scaffale della libreria.

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