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Michelangelo – Infinito | Scultori famosi sconosciuti

20 Dicembre 2018 di giovanni ceccanti

Pietro Torrigiano di anni 18 è stato bandito dalla città di Firenze per aver spaccato il naso e irreversibilmente sfregiato i lineamenti del più giovane e futuro grande maestro Michelangelo Buonarroti di anni 15 presso la cappella Brancacci durante un esercizio di ricopiatura dei capolavori del Masaccio (morto all’età di anni 27), a causa – si legge negli atti – di alcuni lazzi e frecciatine lanciate alla di lui persona (di Pietro) da parte del ben più meritevole e giustamente onorato Michelangelo durante il suddetto esercizio che mal riusciva all’invidioso e ambizioso fiorentino, e Michelangelo prostrato e sanguinante ha quindi invocato la pubblica giustizia e relativa pena per questo rissoso e stizzoso – e si capirà poi perché – gradasso Torrigiano anche detto Torrigiani. Egli si è allora, in seguito a numerose peripezie, recato a Roma, dal Pinturicchio, e poi nella piovosa Londra dove ha perseguito un’arte scultorea personalissima et colorata, laddove, equivoco vuole, il Rinascimento così riconosciuto e glorificato avrebbe invece valorizzato il bianco sordo del marmo attribuito erroneamente ai greci antichi e filosofi che al contrario, ed è cosa ormai risaputa, coloravano le loro statue con pigmenti che il tempo, bambino insolente, ha poi cancellato e slavato. E così, in nome d’un’idea, si è voluto superare la realtà, sollevarsi sulle punte e toccare il divino; e il maestro di Caprese si è sacrificato, ha sacrificato il corpo e sforzato le membra per scavare la durissima pietra e indurendo per contrappasso gli arti e la morale. (Dio lo avrà forse salutato, o le sue dita, come quelle del meraviglioso Adamo, ancora galleggiano tese nell’aria.) Il Torrigiano modellando la comoda terracotta ha prodotto altresì numerosi busti e facce d’uomo, e corpi, che a vederli paion veri e sembra poterci parlare e i loro occhi come si girassero e di scatto evitassero i nostri, terrificati. Colori e rughe, di pelle viva, espressioni e debolezze, che dell’umano fan cosa mortale; di là invece la perfezione dei deltoidi e dei bicipiti, i pettorali e le spalle possenti e bianche anche nelle donne e nei ragazzi pubescenti come le Scritture avevano descritto il David uccisore di giganti. Il violento Torrigiano, che sempre menò vanto d’aver rotto quel viso di credente, fu poi rinchiuso in una cella nella torrida Siviglia, reo ancora una volta di troppo sangue o – secondo alcuni atti – d’iconoclastia, e in una cella non si vive bene, non c’è Dio o idea di Dio che consoli l’uomo così amante della terra. Così si lasciò morire lentamente di fame, come un macaco in catene, forse non triste, né sconsolato, e la Storia dimenticò.

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Postato in: La scena tagliata, La sindrome del personaggio secondario Tag: assurde morti, enrico lo verso, giovanni ceccanti, iconoclastia, michelangelo, pietro torrigiani, pietro torrigiano Fai un commento

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