di Barbara Anselmi (campionato mondiale di racconti di piazza edison, prima edizione)
Le tre sorelle stavano ancora dormendo quando la madre entrò in camera per aprire le persiane. Accendendo la stufa a kerosene disse che dovevano vestirsi pesanti perché il padre sarebbe passato a prenderle con la bicicletta poiché quella domenica c’era l’Austerity e le auto non potevano circolare. La più grande domandò se poteva portare il pallone. La mamma rispose di no perché le avrebbe portate in un museo.
Le bambine si preparano e uscirono controvoglia. Le grandi presero le loro Grazielle, Caterina si accomodò sulla canna della bici del padre.
Caterina se ne stava con le gambe ciondoloni aggrappata al manubrio cercando di non perdere l’equilibrio. I pantaloni le tiravano in mezzo al sedere e le mutande si erano messe di traverso. Le davano fastidio e non vedeva l’ora di arrivare.
Alla bambina piaceva il profumo dolciastro del padre. Cinta dalle sue braccia che la sovrastavano, ogni tanto girava la testa per annusarne il foulard di seta impregnato di Patchouli svaporato. Le piaceva anche sentire la profondità della sua voce rimbombarle nell’orecchio. Per quanto scomoda, quella posizione le offriva l’occasione di un contatto ravvicinato con il padre, mai sperimentato prima. Arrivarono al Museo di Storia naturale. Parcheggiarono e il padre chiese a Caterina se poteva mettere nella sua tracolla un piccolo pacchetto.
«Perché non puoi portarlo tu? Io ho già il pranzo, e poi pesa.»
«Non fare troppe domande, fai quello che ti chiedo» rispose seccato il padre, «chissà, forse è un regalo per te, sei o non sei la mia piccola principessa? Ma non dire niente alle tue sorelle, questo sarà il nostro segreto.
Una volta entrati si diressero verso il guardaroba. Le grandi misero le borse in un armadietto chiudendolo con una combinazione numerica. Il padre, che nel frattempo aveva rapidamente ripreso il pacchetto, invitò Caterina a scegliersi un altro armadietto e un numero a quattro cifre. Alla bambina venne in mente 4711, l’acqua di colonia che usava la nonna.
Poi il padre la spronò a raggiungere le sorelle, ma vedendo che non accennava a muoversi e che continuava a puntare il pacchetto, le disse spazientito «dai vieni qui, chiudilo nell’armadietto 11 e come combinazione metti quest’anno: 1974».
Prima di entrare nel museo il padre uscì nell’androne del palazzo, dove c’era una cabina, e fece una telefonata.
«Pronto: 11, 1974».
Visitarono il salone degli scheletri. Incuriosita da quello dell’elefante, la sorella di mezzo allungò il braccio per imitarne la proboscide e iniziò a barrire. Le sorelle risero sguaiatamente. Il custode della sala intervenne per sgridarle. Il padre, che se ne stava in disparte con aria distratta, si limitò a indirizzarle al piano di sopra dove si trovava la collezione dei modelli anatomici in cera. Caterina si accorse che guardava nervosamente l’orologio.
A un tratto disse «restate qui, scendo un attimo, non allontanatevi».
La più grande ne approfittò per tirare fuori dalla tasca una stecca di cioccolato che le aveva dato la mamma da dividere con le sorelle e iniziò a leccarla ripetutamente. Seguì una lite tra le bambine. Il custode della sala, richiamato dallo schiamazzo, chiese dove fosse la loro mamma.
«Siamo con il babbo, è sceso giù, adesso vado chiamarlo» rispose Caterina.
Controllò in ogni sala, ma del padre non c’era traccia. Si affacciò anche nel guardaroba e vide con sollievo che l’armadietto 11 era ancora chiuso. Il suo regalo era al sicuro.
Tornò al piano superiore e disse sottovoce alle sorelle che il padre era sparito. Le bambine si guardarono senza dire niente e continuarono a girare per il museo ordinate e silenziose cercando di non dare nell’occhio. Poi, preoccupate e affamate, decisero di aspettarlo nel guardaroba. Presero le loro cose e si misero a mangiare un panino sedute su una panca.
All’orario di chiusura, a mezzogiorno e mezzo, erano ancora lì. Il custode insospettito chiese come si chiamassero e dove abitassero.
Fu miracolosamente rintracciata la madre che assicurò che sarebbe arrivata il prima possibile. Poi avvenne tutto concitatamente, la donna entrò nella biglietteria urlando che lo avrebbe denunciato per abbandono di minori; pochi secondi dopo arrivò anche la polizia. Il vice ispettore disse al custode che, a seguito di un’intercettazione, dovevano perquisire il museo. La donna fu interrogata.
«Suo marito fa parte di qualche organizzazione politica?»
«Ex marito, siamo divorziati».
«Le ha mai detto niente di un suo coinvolgimento con le Brigate Rosse?»
«Non so niente di lui. Quel figlio di puttana non abita con noi da molti anni e, a malapena, passa qualche lira alle figlie.»
Le bambine erano impietrite, i pochi visitatori rimasti furono fatti uscire velocemente.
«Voi bambine sapete niente? Avete visto se con vostro padre c’era qualcuno, se aveva qualcosa con sé?»
Il vice ispettore iniziò a fare domande sempre più serrate, ma poiché la situazione stava precipitando, con la madre che sbraitava e le tre sorelle che piangevano, decise che potevano andare a casa.
La mamma le afferrò per mano e uscì. Arrivate in strada Caterina si divincolò e tornò indietro correndo verso il guardaroba. Si diresse all’armadietto 11, con le mani tremanti ricompose il numero 1974, lo aprì e prese il pacchetto.
Non fece in tempo a scartarlo però: un agente, che le era corso dietro, glielo strappò di mano.
«È una Walther P38. La staffetta non ha funzionato, l’uomo se ne è accorto in tempo ed è scappato.»
Caterina, piangendo, urlò tutto il suo dolore. «Ma è un regalo da maschio, sono o non sono la sua piccola principessa?

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